Promosso dall'Associazione Vigili del Fuoco in congedo
presieduta del cav. Antonio Ottaviano, si è svolto, con grande
successo, il concerto di Capodanno nell'antica chiesa di Santa
Filomena, protagonista il più volte celebrato coro diretto dal
M° Paolo Crisante. All'organo il soprano Oriko Oto e al
violino Silvano Muratore; tenore Gianni Bellano. Un concerto
di canti natalizi del repertori italiani e
internazionali; di canti tradizionali abruzzesi e napoletani che hanno
deliziato i numerosi ospiti convenuti per salutare il
nuovo anno.
Superlativi gli interpreti dei repertori di
canti ispirati al nuovo anno ed al culto natalizio ^zVp con
assoli di sorprendenti che hanno riscosso scroscianti applausi,
grazie anche alla magistrale direzione del maestro Crisante.
Eseguita
anche una "ninna nanna" del mai dimenticato Padre Settimio
Zimarino, autore di molti canti dedicati alla immutate e
celebre cantata religiosa.
Con la direzione del Maestro
Paolo Crisante il coro dell'Associazione Vigili del Fuoco in
pensione riprende l'attività con un repertorio impegnativo che
si articola sulla esecuzione di canti composti da
musicisti italiani e stranieri che verranno eseguiti nel corso
dell'anno durante gli appuntamenti che il sodalizio si
appresta ad organizzare . GQ
Insieme ad altre associazioni abbiamo da poco adottato l'area verde e l'abbiamo caratterizzata a nostre spese con una importante quantità di fiori e piante oltre al cartello storico esplicativo
Questa
mattina, il sindaco Francesco Menna, gli assessori Luigi Marcello e Gabriele
Barisano, il presidente del consiglio comunale Giuseppe Forte e il consigliere
Marino Artese, insieme con Antonio Ottaviano hanno presentato, nel corso di una
conferenza stampa, alcuni lavori di ripulitura del giardino botanico di Palazzo
Genova Rulli, realizzati dall'Associazione Vigili del Fuoco in congedo, grazie
alla convenzione firmata il 29 agosto scorso. Il Comune di Vasto ha accettato
la richiesta di adozione dell'area verde di proprietà comunale, stipulando un affidamento che durerà tre anni e potrà
essere rinnovato. Grande soddisfazione è
stata espressa questa mattina dal sindaco Menna per la firma della convenzione
che porterà
nuovamente il giardino al suo splendore.
Un'area che ha già
registrato da parte dei volontari
dell'Associazione la ripulitura della passeggiata in pietra e il taglio
dell'erba. "Questa è una bella testimonianza -ha
spiegato il sindaco Francesco Menna- di quanto l'Amministrazione Comunale
creda nel supporto della numerosa rete di associazioni e di volontariato. Una
risorsa preziosa che intendiamo valorizzare anche attraverso l'istituzione di
un forum permanente a cui stiamo lavorando". "Con l'Associazione
degli ex Vigili del Fuoco in congedo si è instaurato -ha
concluso l'assessore ai Servizi Manutentivi Luigi Marcello- uno splendido
rapporto di collaborazione e i risultati si stanno vedendo".
Passione
per la storia locale,fortedeterminazione,grande carisma,capacità di crearesinergienel territorio, desiderio di riscoprireitesori segretidiVasto, questo e molto di più sono le caratteristiche
dell'associazionedi volontariatoonlus "Vigili del fuoco in
congedo". La consapevolezza che ci si poteva riappropriare di alcuni beni
storici della cittàperrecuperarli,tutelarli,salvaguardarliefarliconoscerealla cittadinanza, ha portato Antonio
Ottaviano a pensare di fondare la sua associazione, di cui fanno parte circa
trenta persone tra vigili del fuoco in congedo, ragazzi che hanno fatto il
periodo di leva nel Corpo Nazionale dei vigili del fuoco e persone che
appassionate alla storia locale, al recupero e alla tutela dei beni storici della città.
Si è svolta il 23 settembre 2017, presso l'Aula Magna del Polo Liceale "R. Mattioli" di Vasto, istituto diretto dalla prof.ssa Maria Grazia Angelini, alla presenza di personalità del mondo politico e culturale delle varie regioni d'Italia, la cerimonia della XXXII Edizione del Premio Nazionale Histonium.
L'associazione Vigili del Fuoco in congedo di Vasto ritira l'Attestato di benemerenza per l'impegno profuso nel promuovere e tramandare sul territorio eventi e iniziative culturali.
LA SOLIDARIETÀ NON VA IN VACANZA Si è svolto sabato 23 settembre 2017 dalle ore 18,30 a Piazza Brigata Maiella a Vasto, dietro il Teatro Rossetti,un evento veramente speciale. Un momento di festa per parlare della storia, delle tradizioni e della riqualificazione della piazza, per parlare anche di solidarietà e condivisione. Con la regia di Patrizia Corvino e la sceneggiatura di Rosaria Spagnuolo, i ragazzi della Comunità C.E.C Papa Giovanni XXIII di San Lorenzo interpreteranno brevi monologhi per raccontare la storia del pezzo di muro medioevale presente nella piazza. Dal Medioevo fino all'800 in quello che oggi è il parcheggio, c'era il chiostro del convento di Santo Spirito. Una storia di monaci, di preghiera, ma anche di incendi, di riconversione dei luoghi. L'evento è organizzato da tre associazioni di volontariato di Vasto: la Ricoclaun, il Buco nel Tetto e i Vigili del Fuoco in congedo, insieme per il progetto "La Solidarietà non va in vacanza: l'unione fa la forza a fare bene", che con la collaborazione del Centro Servizi del Volontariato di Chieti e il finanziamento della Tercas di Teramo, ha reso possibile quest'estate una serie di attività per i ragazzi della Comunità C.E.C. Papa Giovanni XXIII di San Lorenzo: dai laboratori di cake therapy con il maestro Antonio Argentieri, di cucina con Antonella Di Lello, di laboratori artistici con Ilaria Barbuto, il corso di teatro con la regista Patrizia Corvino, la riqualificazione della piazza Brigata Maiella con Antonio Ottaviano, le aiuole della piazza sono state impiantate di rosmarino, carrubo, corbezzolo, mirto,melograno, visciola, sorbo, lentisco, alloro, teocrium, juniperus, azzeruolo, limone, olivo e rose, per dare nuova vita alla piazza, che sarà custodita dall'associazione Vigili del Fuoco in Congedo. Inoltre è stato svolto un reportage fotografico sulle attività svolte dai ragazzi del CEC e messe in mostra alla piazza, il racconto fotografico è stato eseguito dal fotoillustratore Federico Dessardo anche socio volontario dei VVF in congedo. I presidenti Rosaria Spagnuolo della Ricoclaun, Luciana Salvatorelli del "Buco nel tetto" e Antonio Ottaviano dei Vigili del Fuoco in Congedo, tre associazioni di volontariato di Vasto che non hanno niente in comune se non la tenacia e la determinazione che li contraddistingue nelle loro attività specifiche, sono estremamente soddisfatti della sinergia e condivisione veramente speciale che si è creata con questo progetto, che ha cercato di dare una nuova riqualificazione professionale al gruppo di ragazzi ex detenuti della Comunità di San Lorenzo, coinvolgendo le risorse del territorio, perché "l'unione fa la forza a fare bene".
Ringrazio l’amico Remo Petrocelli per avermi segnalato l’esistenza di
questo libretto devozionale pubblicato nel 1922 dall’allora parroco di
S. Pietro R. R. (vale a dire, Romeo Rucci. Nome siglato, in quanto il
sacerdote non si reputa autore, ma ordinatore e curatore dei materiali
di fede e pietà religiosa in esso raccolti). Il «manualetto» – come
viene definito – sembrerebbe rinviare al solo uso cultuale relativo
all’inaugurazione della Cappella del Sacro Cuore (12 marzo
1922) voluta e realizzata dal canonico. Ho usato il condizionale per una
ragione. Dietro questa scelta si coglie la forte natura ideologica che
tale devozione assume in ambito cattolico (non dimentichiamo che, l’anno
precedente [1921], padre Agostino Gemelli fonda a Milano la stessa
Università cattolica intitolata al Sacro Cuore). E cioè la sottomissione
dello stato alla chiesa che il pontefice Leone XIII aveva rivendicato
con la lettera enciclica Annum sacrum del 25 maggio 1899:
Il frontespizio del Manualetto redatto dal sac. R(omeo) R(ucci)
[…] Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà
è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte
le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica
e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla
chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi
hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana.
[…] Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è
pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le
cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica
e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla
chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi
hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. Ecco perché tutta l’umanità è realmente sotto il potere di Gesù Cristo.
Infatti colui che è il Figlio unigenito del Padre e ha in comune con
lui la stessa natura, “irradiazione della sua gloria e impronta della
sua sostanza” (Eb 1,3), ha necessariamente tutto in comune con il Padre e
quindi il pieno potere su tutte le cose. Questa è la ragione perché il
Figlio di Dio, per bocca del profeta, può affermare: “Sono stato
costituito sovrano su Sion, suo monte santo. Il Signore mi ha detto: Tu
sei mio Figlio; io oggi ti ho generato. Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal 2,6-8). Con queste parole egli dichiara di aver
ricevuto da Dio il potere non solo su tutta la chiesa, raffigurata in
Sion, ma anche su tutto il resto della terra, fin dove si estendono i
suoi confini. Il fondamento poi di questo potere universale è
chiaramente espresso in quelle parole: “Tu sei mio Figlio”. Per il fatto
stesso di essere il figlio del re di tutte le cose, è anche erede del
suo potere universale. Per questo il salmista continua con le parole:
“Ti darò in possesso le genti”. Simili a queste sono le parole
dell’apostolo Paolo: “L’ha costituito erede di tutte le cose”(Eb 1,2).
[…] Ma ciò avverrà solo se tutti gli uomini riconosceranno liberamente il potere di Cristo e a lui si sottometteranno […].
La consacrazione dell’umanità al “Sacro Cuore” rivendica il pieno
potere temporale (e in tutte le sue implicazioni geopolitiche) della
Chiesa sul mondo. Quella temporalità che l’ingresso dei bersaglieri a
Roma il 20 settembre 1870 aveva spezzato e che vedeva la stessa Legge delle guarentigie
(13 maggio 1871) fermamente respinta da Pio IX. Non solo. Ma il “Sacro
Cuore” di Leone XIII veniva a concretizzare in forma religiosa e
devozionale ciò che la Ubi nos di Pio IX (15 maggio 1871)
aveva confermato sul piano dei rapporti politico-statuali. E cioè, che
il potere spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da
quello temporale.
Di grande interesse storico, dunque, il «manualetto» per anime pie
curato da don Romeo Rucci. Si presenta come la testimonianza più
eloquente del modo in cui, sul versante locale, i parroci si sforzino di
educare i laici alla pratica della confessionalità attiva. Della chiesa
che si fa stato e che occupa i gangli della stessa cultura con
l’istituzione di una propria università (la Cattolica, per l’appunto)
destinata alla formazione del laicato. Di quel «qualcosa», cioè, che, di
lì a poco (11 febbraio 1929), tra pedagogia e azione, sarebbe riuscito a
produrre quei Patti lateranensi restauratori della temporalità
ecclesiastica. Del resto, non era stato forse Benedetto XV – pontefice
tra il 1914 e il 1922 – a abrogare nel 1919 il non expedit e a favorire la nascita del Partito popolare?
Non vi sono dubbi. Il “Sacro Cuore” di don Romeo era pienamente inscritto in questa tradizione.
L'Associazione Vigili
del Fuoco in congedo di Vasto, fra le molteplici attività di promozione
storico-culturale presenta, anche quest'anno, la mostra fotografica curata da
Federico Dessardo, per mettere in risalto i
misteriosi splendori di Vasto. Luoghi, ambienti e chiese documentate con immagini suggestive
La
mostra aprirà il giorno 08 luglio alle 18,00
presso la sala Michelangelo del
palazzo d'Avalos, ingresso piazza Pudente. NON MANCATE !
La Solina, è grano antico, vanto ed ancestrale
sapore d'Abruzzo, la mamma di tutti i grani, così viene ricordata e presentata
dalla tradizione orale abruzzese quest’antichissima varietà di grano, la prima
di cui si ha memoria, fonte di tutte le altre conosciute solo successivamente
in Abruzzo. Sono stati infatti il clima rigido ed i terreni poveri, insieme
all'azione dell' agricoltore, paziente e testardo, ad aver plasmato, un secolo
dopo l'altro, i geni di questo particolarissimo frumento tenero. Una varietà
autoctona dell'Appennino abruzzese che è strettamente connessa alla storia di
questa regione. Sue tracce ben marcate sono state rinvenute d'altronde
negli
atti notarili stipulati presso la
Fiera di Lanciano già nel 1500 e poi Michele Torcia, nel suo
"Pel paese de' Peligni" del 1793, racconta come il pane a Popoli esce
dal grano solino e ne parla come di uno dei migliori del Regno di Napoli. Nel
1926 il prof. Luigi Diaferia della Cattedra di Agricoltura Ambulante di Vasto migliorò
due tipologie di semi di questa varietà e li mise a frutto nell'area di
Bufalara prima incolta e gentilmente concessa da Carlo D'Avalos per sperimentazione,-la
cosiddetta "Battaglia del Grano"--Queste varietà presero il nome
"Solina Diaferia" ed ebbero buon riscontro di vendite sui cataloghi
di sementi nazionali fino agli anni '40.
0. Operare nel contesto del prodotto topico si
tratta, laddove possibile, di fare i conti con la storia delle
biodiversità alimentari per tentare il recupero delle specie in
estinzione. La cosiddetta Uva del Vasto costituisce l’argomento del presente intervento. Grazie alle celeberrime illustrazioni di Giorgio Gallesio per la Pomona Italiana ossia Trattato degli alberi fruttiferi (Pisa 1817-1839) [fig. 1]
oppure alla ceroplastica in alabastro di Francesco Garnier Valletti che
ho fotografato nei musei degli Istituti agrari di Firenze e di Todi [fig. 2] è possibile avere memoria iconografica di alcune specie oggi scomparse.
Fig. 1: Giorgio Gallesio, Pomona Italiana (1817-1839), ill. di vitigno Barbera
Fig. 2: Firenze, Istituto agrario. Museo della frutta. Pomario in ceroplastica di Francesco Garnier Valletti
Ma se è vero che attraverso il modellismo pomologico la produzione
artistica ha salvato in copia (divenuta originale) l’autentico perduto
oggi occorre ricorrere all’Unesco perché il patrimonio culturale
immateriale possa trovare la necessaria conservazione. Per la prima
volta, nel 2017, un pezzo d’Abruzzo è diventato patrimonio culturale
dell’umanità: sto parlando dei cinque nuclei di antiche faggete
ricadenti in un’area di 937 ha. comprese tra i comuni di Lecce nei Marsi
(Moricento), Opi (ValFondillo-Valle Iancino), Pescasseroli (Coppo del Principe, Coppo del Morto), Villavallelonga (Valle Cervara). Sono diventati patrimonio mondiale nel contesto delle Faggete primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d’Europa. E se è vero che non tutto è riconducibile al capitale humanis generi (che
non è il titolo di un’enciclica), a quello di una comunità, sì! In tal
senso, se grazie a Slow Food è stata garantita la tutela dei pomodori
mezzitempi di Vasto, anche la sua uva autoctona, la san Francesco, esige
la medesima forza di presidio. Un’ associazione come Italia Nostra del
Vastese può certamente svolgere un’azione propositiva. Le pagine che
seguono vogliono assolvere a tale funzione.
1. L’anno è il 1839. In una memoria per gli «Atti
dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania» (tip. Di Riggio,
1839), l’abate Giovacchino Geremia pubblica una memoria dal lungo
titolo: Continuazione del Vertunno etneo ovvero staifulegrafia
storia della varietà delle varietà delle uve che trovansi nel d’intorno
dell’Etna. A essa fa seguire un’Appendice al Vertunno etneo. Confronto tra le uve etnee e quelle di Napoli con talune dal Gallesio descritte in cui afferma: «Uva del Vasto
di eccellente qualità, somiglia alla Imperiale bianca» (p. 66). Si
tratta (per quanto ne sappia) della prima attestazione di questa
cultivar con tale nome. Quasi non bastasse, per lo stesso prelato, il
vitigno in questione diventa riferimento di un altro: «[Uva] Marocca quasi somigliante a quella del Vasto, ma più rotonda e con acino pingue, a differenza della prima che ha bacche assai grosse» (p. 68)
Cinque anni più tardi – nel 1844 –, il botanico napoletano Guglielmo
Gasparrini propone la seguente descrizione ampelografica per l’Uva del
Vasto da tavola (coltivata, ovviamente, a Napoli): «grappoli grandi,
acini grossi, duracini, carnosi, bianchi. Comincia a maturare nella fine
di Agosto e si mantiene per l’inverno. Si coltiva in parecchi giardini»
(in Su le viti e le vigne del Distretto di Napoli, in «Annali
Civili del Regno», fasc. LXIX, maggio/giugno 1844, p. 2). Considera, tra
l’altro, questa cultivar con altre facenti parte di un contesto di
qualità: «Uva del Vasto, Sanginella nera e bianca, Inzolia, Catalanesca,
Uva rosa, Uva pruna, Falanchina, Marrocca, Zuccherina, Cannamele,
Persana, Salamanna, Moscadella, Barletta» (in Ibid., p. 4).
Quasi non bastasse, Guglielmo Gasparrini, l’anno successivo, torna sullo
stesso tema in un altro scritto con queste parole: «Le migliori uve
mangerecce per la loro qualità sono la moscadella, una varietà della
Salamanna domandata volgarmente moscadellona, la sanginella che ci pare
non si trovi in altre parti d’Italia, la pignola detta glianica dai Napoletani; seguitano la corniola, la catalanesca, la groia, quella detta del Vasto, ed altre» (in Breve ragguaglio dell’agricoltura e pastorizia del Regno di Napoli di qua dal Faro, Napoli, Tip. Del Filialtre Sebezia, 1845, pp. 29-30).
Ora, come già detto, per rendere più sicura l’identificazione della
cultivar in Sicilia (forse perché rara nell’Isola), l’abate Giovacchino
Geremia parla di una somiglianza dell’Uva del Vasto con l’Imperiale
bianca. Ma per sapere che cosa fosse quest’ultima, dobbiamo ricorrere a
un trattato agronomico siciliano del Seicento che scioglie
definitivamente il problema. Sto parlando dell’ Hortus catholicus
di Francesco Cuppari pubblicato a Napoli (Neapoli, ap. Franciscum
Benzi, 1696. Aggiungo che la copia consultata proviene dalla Biblioteca
di Baviera). L’autore ordina alfabeticamente la materia. E solo quando
discute dei singoli vitigni precisa con stile ampelografico: «Vitis
mediocribus vinaceis, durulis, oblongis, candido fulvis, sapidis. Vulgo Inzolia vranca. Eadem racemo et granis majoribus, flavescentibus, sapidioribus. Vulgo Inzolia Impirialiò di Napuli. Eadem maiori, nigro fructu, suaui in ore, ac liquabili. Vulgo Inzolia nigra» (in Ibid. p. 232). Il che vuol dire: «Vite con mediocri vinacce, piuttosto dure, rosso bianche, sapide. Dal volgo chiamata Inzolia vranca [bianca]. Dallo stesso racemo [si trova] ma con acini più grandi, biondo rossastri e più sapidi [ciò che è chiamata] dal volgo Inzolia Imperiale o di Napoli. E da un racemo più grande, con acini neri, soave e liquabile in bocca [ciò che è chiamata] dal volgo Inzolia nera».
Grazie alla mediazione ampelografica degli antichi botanici siciliani,
sappiamo che l’Uva del Vasto risulta simile alla cultivar dell’Inzolia .
Essendo, pertanto, una varietà dell’Inzolia, l’Uva del Vasto dovrebbe
essere classificata come Ansonica (nome ufficiale delle Inzolie) nel Catalogo nazionale delle varietà ad uve da vino [fig. 3].
Fig. 3: uva Inzolia
Ma se fino a questo momento l’interesse è stato centrato sulla cultivar, occorre adesso parlare della sua topicità,
del suo luogo di origine. In effetti, non credo che gli agronomi
ottocenteschi si riferissero a Vasto, la città che, in quel tempo, il vulgo chiamava Lu Huàštǝ Mammónǝ.
In realtà, per i napoletani e per gli stessi siciliani, Il Vasto era un
quartiere metropolitano della città partenopea (abitato dagli Avalos).
Ciò lo si comprende dal fatto che gli scritti del Gasparrini parlano
delle uve coltivate nel distretto di Napoli, non nel Regno. L’unica
testimonianza che connette l’Uva del Vasto con l’omonima città è dovuta a Luigi Marchesani che identifica quella cultivar con l’altra in loco chiamata Uva San Francesco.
Nei fatti, è lo stesso medico-umanista a precisare: «[…] è la nostra
trapiantata ne’ dintorni di Napoli, che fornisce alla Capitale la
dolcissima grossa e bianca uva di S. Francesco, venduta quivi col nome
di uva del Vasto» (Storia di Vasto città in Apruzzo Citeriore,
Napoli, Torchi dell’Osservatore medico, 1838/41, p. 161). La topicità
del vitigno è basata solo su questo passo (di per sé rilevante). A ben
vedere, lo stesso memorialista vastese Nicola Alfonso Viti (1600-1649)
nulla dice sulla denominazione della cultivar. Va osservato però che,
quando lo storico seicentesco scrive, segnala un vitigno solo da poco
introdotto che produce un’uva particolare (grappoli e acini). Così
facendo, non solo consente di fissare nel corso del Cinquecento
un’importante attestazione della pianta nella città (la più antica si
rileva in un protocollo di notar Robio del 3 dicembre 1547) oltre che di
indicare tanto la località di origine quanto lo stesso nome del
produttore: «Tra le sorte d’Uve se ne vede una, che fa grappoli
maravigliosi crescendo l’acino alla forma d’un ovo di colomba nella
Vigna di Stefano del Monte hoggi posseduta dagl’Eredi di Gio: Battista
Ricci nella contrada di Santo Biagio» (Memoria dell’Antichità del Vasto, in L. Marchesani, Esposizione degli oggetti raccolti nel Gabinetto archeologico comunale del Vasto, Chieti, Tip. Vella, 1857, fasc. III, p. 29). Aggiungo. Il riferimento più datato nel tempo su di un del Monte vastese – Augustino, marito di Vicenzina de Thomaso e padre di Io.Cola – l’ho rinvenuto sul Liber baptizatorum Ecclesiae Sanctae Mariae Maioris 1565-1598 al dì 10 maggio 1573 (c. 33a).
Ora, stando a quanto scrive Giovanni Dalmasso (con Marescalchi) nella sua monumentale (in tre volumi) Storia della vite e del vino in Italia,
Milano, Unione Italiana Vini, 1931, 1933, 1937), la già citata Inzolia
imperiale ha la sua corrispettiva in Abruzzo con la cosiddetta Ortonese
(in dialetto pruvulónǝ, pergolone). Infatti, l’abate Geremia parlava di somiglianza, non di identità tra uva del Vasto e Inzolia imperiale. Ciò vuol dire che per la sanFrancesco
si parla di varietà autoctona rispetto a una famiglia. Da questo punto
di vista non è nemmeno possibile ipotizzare relazioni tra il prodotto
vastese con i vitigni attestati negli Statuti di Lanciano del
1592*. Il capitolo 87 del documento, pur proponendo la nomenclatura di
ben cinque qualità commerciate nel sec. XVI, non consente di individuare
rapporti con eventuali Inzolie dell’epoca: «Item è posto et
ordinato che non sia persona alcuna tanto cittadina quanto forastiera,
tanto di Feria tanto d’altro tempo, ardisca né presuma vendere altra
sorte d’uva che di Moscatello pergolo uva Pane uva Donnola Precoccio et
Malvasia senza licentia del Sindico, il quale sia tenuta darla gratis et
che riconosca la qualità delle persone, acciò sappia d’onde l’hanno
havuta sotto pena, sotto pena di un carlino per chi contrafara» [fig. 4].
Fig. 4: Statuti comunali di Lanciano. Cap. 87: “Dell’uva”
Dico subito che non entro nel merito di questi vitigni su cui tornerò
in altra occasione. Ciò che, al contrario, interessa è l’annotazione
per cui, tra i tanti vitigni esistenti, la città di Lanciano ne ammette
solo cinque, (Moscatello Pergolo, Uva Pane, Uva donnola, Precoccio, Malvasia),
escludendo gli altri. Ecco allora l’aspetto rilevante. Lo statuto in
questione lega alla sola commercializzazione del prodotto l’indicazione
filogenetica del vitigno. Sappiamo, inoltre, che, sulla base del Libro degli affitti (1747) della Camera Baronale di Castiglione alla Pescara (oggi a Casauria)
si pagava l’affitto «per il Moscatello alle Coste di San Felice»; non
sappiamo, però, se si tratta della stessa specie di quella menzionata a
Lanciano. In buona sostanza, nell’un caso o nell’altro, va sempre
ricordato che il moscatello, insieme con le altre cultivar menzionate in
questo intervento, aprono a un tentativo di restituzione storica della
biodiversità agricolo-commerciale della vite in Abruzzo.
Le cultivar di cui stiamo parlando sono state vinificate in passato.
Anzi, sulla base dei protocolli del notaio vastese del Cinquecento
Gio.Battista Robio stipulati tra contraenti del traffico interadriatico
Vasto-costa Dalmata ho potuto ricostruire una breve classificazione
valutativa sul gusto, circa l’antico vino commercializzato: «3 dicembre
1547, 6a ind. vino bono chiaro del vasto alla mesura juxta de dicta terra bruschi e non dolci bono et merchatantesco; 19 marzo 1548, 6a ind. / vini boni et clari; 5 aprile 1548, vini boni meri clarique ac boni coloris et melioris saporis; 21 luglio 1548, vini boni clari boni coloris meliorisque saporis; 12 Januarij 1551, vini boni clari et boni coloris ac saporis; 9 martij 1551 vini boni clari bonique coloris et saporis; Die 9 mensis mai 1551 vini boni clari.
Ciò vuol dire che, rispetto a questi atti, il sommelier contemporaneo
si troverà di fronte ai seguenti indicatori: (dal più complesso al più
semplice) 1. vino bono chiaro del vasto alla mesura juxta de dicta terra bruschi e non dolci bono et merchatantesco; 2. vini boni meri clarique ac boni coloris et melioris saporis; 3. vini boni clari bonique coloris et saporis; 4. boni clari (per brusco – come profilato al punto 1 – si intende acidulo, aspro di sapore).
Occorre rilevare, tra l’altro, che la Carta dei Suoli della Regione Abruzzo scala 1:250000 (2006) individua, dal punto di vista pedologico, l’area di contrada San Biagio
(originaria dell’uva del Vasto) come «superfici terrazzate sommitali
ampie, reincise. Substrati costituiti da sedimenti ghiaioso-sabbiosi».
Ciò implica che, sul piano agricolo, quei suoli costituiscono l’83% del
totale, con il 54% destinato all’arborato (uliveti e vigne). Le stesse
aree con le cultivar superstiti della San Francesco (dagli ultimi ortolani che la conoscono chiamata la francese) segnalatemi dall’amico produttore viti-vinicolo Domenico La Palombara sono localizzate alla Canale (molto
importanti risulterebbero altre identificazioni), i cui terreni
rispondono alla stessa classe pedologica. Le foto inviatemi da Domenico
sono relative alla fase di invaiatura (III decade di luglio), in attesa
delle maturazione (I decade di settembre) [figg. 5, 6].
Fig. 5: Vasto, La Canale: uva San Francesco (invaiatura)
Fig. 6: Vasto, La Canale. Uva San Francesco (invaiatura)
E proprio qui, dall’invaiatura, mi auguro che possa iniziare un nuovo
percorso per questo sconosciuto (ai più) «liquore di Dioniso».
*L’amico Giacomo De Crecchio di Lanciano mi ha fatto la cortesia di inviarmi le foto dei 192 capitoli degli Statuti che avevo consultato in anni lontani.
...I Vastesi sono gente
piuttosto strana; quando ero lì nel 1928, ospite da
un parente di nome Gelsomino Zaccagnini-un magnate locale- mi portò a visitare il Podestà e mentre eravamo lì due giornalisti del Nord Italia erano a lamentarsi al Podestà: mentre facevano un giro per il lorogiornale si
fermarono a Vasto, e alla locanda dove erano andati per un pasto si erano rifiutati di servirli poiché
erano forestieri! Un altro nostro parente, un uomo piuttosto bravo [Manzi?] che ha
sperato di sviluppare la bellissima spiaggia appena sotto la città che è parte del comune di
Vasto, ha costruito alcune case lungo la riva per i visitatori estivi, ma non ha avuto successo in quanto i pescatori locali si sono
rifiutati di vendergli alcunchè per lo stesso motivo "forestieri"!
La poesia "Bella è la notte" di G. Monterosso (trovate il
testo in fondo all'articolo), musicata da Francesco Paolo Frontini reca sulla
dedica alla signora Giselda Rapisarda.
Per capire più
profondamente il testo è meglio concentrarsi sulla dedicataria più che sullo
scrivente. Infatti la letteratura italiana fin dal suo esordio è connotata da
questo sfragis-sigillo, ossia la
tensione erotica tra poeta e musa ispiratrice, basti pensare a Dante e
Beatrice.
Ecco in breve la storia di Giselda, donna sensibile alle
parole poetiche, fu giornalista e scrittrice anch'essa, così da legare i suoi affetti ai versificatori anche non
fisicamente prestanti.
Giselda Fojanesi, poi sposa del poeta Mario
Rapisardi, fiorentina d'elezione, nei primi di settembre del 1869 viaggiò con
la madre Teresa e con Giovanni Verga da Firenze a Catania, per prestare
servìzio come maestra nell'Educandato e Convitto provinciale «Margherita», di
cui era presidente il professore Salvatore Marchese. Giselda era stata raccomandata da Maria Dall'Ongaro,
sorella del letterato Francesco, a Mario Rapisardi perché trovasse il modo più
opportuno per il parere favorevole alla nomina di maestra da parte del presidente dello stabilimento
provinciale. [Come vedete le raccomandazione sono sempre esistite!] La
prima impressione di Giselda sul futuro marito fu senz'altro sgradevole «lì
Rapisardi era inagrissimo, macilento, con
l'aria sofferente e piuttosto ridìcolo», nonostante le molte parole spese dal Verga in suo favore. Ma
incredibilmente la passione sbocciò grazie alla poesia.
Così scrisse Mario a Giselda: «Lascerei questa
luce e questa sfera / Sol per venirti accanto; // E, il mio fato obliando e i raggi miei, / Del tuo mondo sfidar gli
affanni e l'ire; / Solo un giorno per te viver vorrei, /Dir: t'amo, e poi
morire».
Alcuni mesi più tardi così scrive Giselda alla madre: «La sventura
non potrà più d'ora innanzi colpirmi, poiché
il solo pensiero d'essere amata da quest'uomo angelico, superiore di tanto a
tutti gli altri uomini, basta a rendermi pienamente felice, e a darmi
forza per sfidare l'avversità della sorte». E aggiungeva ancora: «Pensa
a me, Mamma mia, che soffro tanto, che mi annoio dal desiderio di vederlo, di
parlargli, di ricevere un suo scritto, e
non lo posso! Ah! sono proprio sventurata, io lo adoro, so d'essere
corrisposta, e non posso vederlo ,non posso scrivergli!>>
i due convolarono
a nozze a Messina lunedì 12 febbraio 1872 ma l'idillio durò poco... al
ritomo a Catania lo attendeva un pranzo di nozze «...triste, mal servito
sulla tavola apparecchiata senza cura, nella stanza di passaggio,...» e iconvitati
«...uomini seduti attorno alla tavola con il copricapo: due con il cappello,
uno con il fez e Mario con il berrettone di lana...» la delusione della vita coniugale, unita alle
limitazioni di spostamenti imposte dal geloso marito a Giselda furono causa di
un sùbito raffreddamento della passione. Così nel 1875 quando Mario, docente di
letteratura all'università e Giselda si
recarono a Firenze per le vacanze, il destino fece incontrare Mario
Rapisardi ed Eva Cattèrmole, la poetessa e fece riaccendere l'amore sopito tra
Giselda e G. Verga.II Rapisardi inviò il volume Ricordanze ad Eva Cattèrmole (che
scriveva con lo pseudonimo di Contessa Lara). La risposta della bionda poetessa colpì Mario, che dall'ammirazione passò
all'infatuazione, subito ricambiata dall'interlocutrice, cosicché nacque una relazione di lunga durata.Chiudiamo qui con una considerazione che suona come una domanda: ma le
donne di quell'epoca erano più sensibile alle parole?
Erano tutte come Rossana del Cirano?Signore
che leggerete il testo, nel vostro cuore avrete la risposta...sarete poi così
gentili da condividerla con noi "maschietti" ?
Lo spettacolo ho fatto
registrare il tutto esaurito
Ritrovare Napoli alla
"Torre Diomede" di Vasto, in questo penultimo sabato di maggio, dopo
averla appena lasciata, è stata
per me una rivelazione. E non solo per la musica e il teatro di autori
eccellenti come Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Eduardo Di Capua, Totò, e altri ancóra, portati alla ribalta
dalla stupenda interpretazione di Anna Maione e Antonio Cardone, entrambi
attori e cantanti napoletani, egregiamente accompagnati dalla chitarra del
vastese Nunzio De Palma.
E'statasoprattuttounamiaparticolaredisposizione dell'animo
a farmi toccare con mano il potere catartico della musica e della poesia
soprattutto quando incontra il favore del pubblico. Si sa che la canzone e il
teatro partenopeo non accendono solo i cuori dei Napoletani, anche i Vastesi li
amano elicomprendonobene,mainquest'ultimospettacolo aleggiava
nell'aria una carica emotiva molto più
intensa del solito, c'era quasi la dimostrazione di una rinnovata sintonia che
solo il contatto diretto in un luogo intimo e suggestivo come l'antica torre può darci. Conosco dalla
nascita molti dei versi citati, fanno parte del mio Dna, trasmessomi da mia
madre, che ne sfoderava uno per ogni occasione, anche per ammonirci o adularci;
li ho anche assorbiti durante
tutta la mia infanzia dai suoni e dagli
odori del folklore di cui è
imbevuta la mia città
natale. Eppure, sabato, li ho ascoltati con lo stupore del neofita,
proiettandoli in una dimensione che solo la vera arte può dare, perché
immortale. L'ho capito soprattutto quando Anna ha recitato, con gli occhi
lucidi, il monologo del grande Eduardo, "Filumena Marturano", dando
il meglio di sé in
un'interpretazione densa di significato dove aleggia tutta la filosofia di un
popolo che da sempre riesce a trovare, attraverso l'arte e l'immaginazione, la
forza per rialzarsi nei momenti più
duri dell'esistenza.
Il convento di San'Antonio a San Buono.
L'ordine francescano, dopo i primi due secoli di espansione, non aveva esaurito "il proprio slancio vitale" e le crisi o i fermenti all'interno dell'Ordine tra la fine del XIV e gli inizi del XVI secolo, sono manifestazioni di vitalità di questo movimento, che portò alla nascita di una nuova famiglia francescana degli Osservanti. Questa nuova famiglia si distingueva dalla prima per le modalità insediative e per le forme architettoniche dei nuovi edifici. Nel Vastese si ha la presenza degli Osservanti sin dalle origini con i conventi di: Sant'Onofrio di Monteodorisio in località Cantalupo (1420); Sant'Onofrio di Vasto (1440); San Bernardino da Siena sempre a Monteodorisio (1460), a seguito dell'abbandono di quello precedente perché ritenuto non adatto il luogo;
Sant'Antonio da Padova di San Buono (1500 o 1575); Santa Maria del Monte Carmelo di Palmoli (1583) e San Donato di Celenza sul Trigno (1598). I conventi di Monteodorisio e Vasto erano collocati fuori le mura della città e in questo caso abbastanza distanti, come dai programmi insediativi della nuova famiglia (l'unica eccezione in Abruzzo su oltre quaranta conventi è il San Bernardino de L'Aquila).
Al di là delle motivazioni spirituali, evangeliche, culturali ed economiche di questa scelta, a cui si rimanda in bibliografia per gli approfondimenti, si deve aggiungere che questi conventi si presentavano, almeno agli inizi del nuovo movimento come "organismi omogenei". La chiesa presenta dimensioni ridotte, normalmente ad aula unica, non più distinta dalla fabbrica conventuale, la sua
lunghezza corrisponde ad un lato del chiostro. Gli esempi di Vasto e Palmoli sembrano corrispondere a questi canoni (per quanto la facciata principale del convento di Palmoli presenta un rivestimento con intonaci e cornici cementizie di epoca moderna), le chiese conventuali di Celenza sul Trigno e San Buono si distinguono la prima per una facciata moderna, sebbene d'epoca, e la seconda per una facciata molto particolare, frutto della committenza della potente famiglia Caracciolo, dove si è di fronte ad una grande "tarsia marmorea" all'aperto (purtroppo molto danneggiata durante i restauri del 1992), ove si vedono una mediazione riuscita "tra toni colti; accenti popolareschi e influssi del meridione" (cfr.L. Bartolini Salimbeni). L'unico caso in cui viene rispettato l'impianto ad aula unica si trova a Palmoli, negli altri casi di San Buono e Vasto sono presenti, verso il lato esterno, una serie di tre vani comunicanti tra loro, adibiti a cappelle che formano una navata minore.
Il caso anomalo rispetto alle disposizioni francescane, è rappresentato dal San Donato di Celenza sul Trigno, con chiesa trinavata. Tutte le chiese avevano, dietro l'altare maggiore, il retrostante coro, purtroppo l'unico sopravvissuto è quello, probabilmente seicentesco, di Celenza (negli altri conventi i cori sono stati trasferiti, nel caso di Vasto, o sono stati dispersi).
Nei primi secoli la chiesa, come per la famiglia dell'ordine dei Conventuali, doveva avere la volta solo nell'area absidale, mentre la navata aveva il soffitto a capriate. A Palmoli è presente una volta a crociera con costoloni e chiave di volta in pietra che, nonostante i rivestimenti barocchi, è simile alle volte dell'edilizia mendicante e dell'architettura cistercense, ma forse appartenente a un edificio di culto precedente dei secc. XIII-XIV.
Sulle pareti spesso si trovavano dipinti murali, affreschi votivi (come a Sant'Onofrio di Vasto sulle pareti superstiti dietro l'altare privilegiato) e altari in legno intagliato e scolpito (con eleganti finiture della superficie, a partire dal Cinquecento, come dorature, stuccature, lacche e policromie, come quelle del polittico di Celenza sul Trigno e del Sant'Onofrio di Vasto).
In epoca successiva tutte queste chiese furono rivestite di murature, pilastri, volte, intonaci e stucchi nel XVII secolo. Fonte Comune di s.Buono
Un’ interessante
iniziativa è stata intrapresa dall'associazione Vigili del Fuoco in Congedo del
vastese con la sponsorizzazione da parte del Rotary Club di Vasto. L'
iniziativa che è stata presentata Giovedì 25 maggio, presso la Chiesa di S. Teodoro, dal
Presidente del club, Gen.Gianfranco Rastelli, Antonio Ottaviano e alla presenza dei rappresentanti delle
associazioni interessale, di don Giovanni Pellicciotti, parroco emerito
di S. Giuseppe, e di
alcuni devoti del Santo Martire.
" // Rotary Club di Vasto, - ha sottolineato Rastelli -nel suo
ideale del servire, ha avuto modo dì ascoltare la voce, proveniente dall
'Associazione dei Vigili del Fuoco in congedo e dalle locali Associazioni
Combattentistiche e d'Arma, desiderosa di recuperare e riaprire la Chiesa di San Teodoro, sita
in via San Francesco d'Assisi in Vasto. Neil'incoraggiare l'attività di
restauro delle opere d'arte, che un tempo ornavano le pareti del tempio, ha
offerto la riproduzione fotografica di due quadri, un tempo affissi alle pareti
laterali della Chiesa, quale inizio propulsore di un percorso volto alla
raccolta fondi per la realizzazione del recupero delle tele. Il meticoloso
lavoro è stato fatto con competenza dal foto-illustratore Federico Dessardo" .
Dopo tanti anni si sono riaperte le porte della chiesa di San Teodoro, nel
centro storico di Vasto. Grazie soprattutto all'impegno dell'associazione
Vigili del fuoco in congedo, guidata da Antonio Ottaviano, è stato possibile
ripulire la cappella di San Teodoro e avviare alcuni lavori di risistemazione.
RUDY SI TROVAVA , COME OGNI GIORNO, SOTTO IL PONTE MILVIO A ROMA PER VEDERE DI
RACIMOLARE UN PO' DI CIBO PER TIRARE AVANTI DURANTE LA GIORNATA.
RUDY NON ERA IL SUO VERO NOME , IN REALTA' SI CHIAMAVA MARIO, MA NEGLI ANNI 50
QUANDO FACEVA LA BELLA E DOLCE VITA A ROMA , COME UN
VERO, PLAY BOY ,
AVEVA PREFERITO CAMBIARE IL SUO NOME IN RUDY, COME QUELLO DEL SUO PIÙ' ILLUSTRE
COLLEGA.
NE AVEVA VISTE DI COSE IL NOSTRO RUDY, AVEVA FREQUENTATO LE SIGNORE DELLA ROMA
BENE , AVEVA VIAGGIATO IN MACCHINE DI LUSSO ED ERA SEMPRE BEN VESTITO.
NATURALMENTE COMPAGNA INSEPARABILE A QUEI TEMPI ERA LA BRILLANTINA, ANCHE PER
EMULARE SEMPRE DI PIÙ' IL SUO "SOSIA".
POI LA
VITA TI PRESENTA IL CONTO, E NON POTENDO PIÙ' FARE
AFFIDAMENTO SULLA SUA PRESTANZA FISICA, NON AVENDO ESERCITATO NESSUN MESTIERE,SE NON QUELLO DI GAGÀ', SI
RITROVA VECCHIO, SOLO, E SENZA UN BECCO DI
UN QUATTRINO.
COSI' L'UNICA STRADA PER LUI ERA QUELLA DEI CLOCHARDS SOTTO I PONTI O ALLE
MENSE DELLACARITAS.
QUELLA MATTINA PERO' RUDY AVEVA MALE AD UNA GAMBA E NON POTEVA AFFRONTARE
TUTTA LA STRADA DA PONTE MILVIO ALLA SEDE DELLA CARITAS, COSI' DECIDE DI RIMANERE SOTTO IL PONTE
SPERANDO NELLA BUONA SORTE.
QUANDO AD UN TRATTO TRA I CARTONI USATI PER LA NOTTE, SENTE UN RUMORE SOSPETTO.
TENTA DI SPORGERSI PER VEDERE MEGLIO, LA GAMBA GLI IMPEDISCE DI ALZARSI, COSI' CERCA DI AGUZZARE L'UDITO.
SENTE COME UN GUAITO E CONTEMPORANEAMENTE VEDE UNA MACCHIA NERA
SGATTAIOLARE TRA I CARTONI.
ERA UN BASTARDINO NERO CON UN PELO COSI' LUCIDO CHE IL SOLE DELLA MATTINA CI SI
SPECCHIAVA.
RUDY PROVA A FISCHIARE E IL CANE AL SUONO DEL FISCHIO SI GIRA E VA VERSO DI LUI.
PROBABILMENTE AVEVA RICONOSCIUTO UN SUONO A LUI FAMILIARE.
COSI' RUDY COMINCIA AD ACCAREZZARE IL PELO LUCIDO E GLI TORNANO IN MENTE I TEMPI
PASSATI E COSI' DECIDE
DI CHIAMARE IL BASTARDINO BRILLANTINA E DI TENERLO
CON SE'.